Le relazioni pericolose

Oggi voglio scrivere della fine di una storia d’amore. Una storia difficile, tormentata, una storia in cui ho creduto tanto, che mi ha regalato bei momenti ma anche un sacco di sofferenza. Dopo diversi mesi di silenzio, ad aspettare una telefonata o almeno una mail, adesso posso dirlo: la mia storia d’amore con l’editoria è ufficialmente finita.
Quando si parla di precariato si tende a pensare a un lavoratore giovane, più o meno esperto, che lavora millemila ore al giorno fustigato da uno o più capi che lo vessano e lo umiliano. Nella mia esperienza non è mai stato così: ho lavorato per una importante casa editrice nazionale per otto anni – otto anni di prestazione occasionale, praticamente un ossimoro – e ho sempre ricevuto entusiaste attestazioni di stima per le mie capacità e il mio lavoro, alternate a sincera mortificazione per non potermi offrire un contratto migliore e un compenso più alto.
Essere precari è così: come avere una storia d’amore con un uomo sposato. Si vive accanto al telefono, si prende qualunque cosa con qualunque tempistica (perché se dici di no una volta chissà poi quando ti richiamano), si accettano in silenzio le promesse che presto tutto cambierà, le cose andranno meglio, è un momento difficile ma hanno ben presente la situazione e presto sottoporranno il problema a chi di dovere. Tutte le donne che frequentano uomini sposati sanno, in cuor loro, che i loro amanti non lasceranno mai le mogli; allo stesso modo tutti i precari sanno che nella migliore delle ipotesi i loro contratti da due soldi e senza garanzie verranno rinnovati ad libitum, salvo poi essere conclusi da un giorno all’altro, con una telefonata o una mail – a volte manco quelle.

Ho lavorato per una importante casa editrice nazionale per otto anni, e quando hanno deciso di interrompere la nostra collaborazione non hanno avuto neanche la gentilezza di dirmelo. L’ultima comunicazione da loro risale ad ottobre scorso, una mail di servizio per un lavoro; a consegna effettuata, l’ultima cosa che la mia project manager mi ha detto è stata “Non ho nient’altro da darti in questo momento, ti chiamo nei prossimi giorni”. Sono passati sei mesi, sto ancora aspettando quella chiamata.
C’erano stati dei precedenti. Conversazioni in cui mi veniva spiegato che la direzione voleva rinnovare i collaboratori sostenendo che “a differenza dei redattori, che crescono in professionalità col passare del tempo, i correttori di bozze dopo 3-4 anni non lavorano più bene”. A distanza di qualche settimana, ho scoperto che l’unica collaboratrice che era stata “rinnovata” ero io. Bizzarra coincidenza: ero stata l’unica a chiedere una regolarizzazione del contratto – magari approfittando degli sgravi fiscali previsti dal Jobs Act. Perché poi le relazioni d’amore malate sono così, arrivi ad accontentarti di tutto, a desiderare le briciole pur di poter continuare a fare quello che ami e che pensi di saper fare meglio di tutto, e un contratto part time a tutele crescenti diventa l’equivalente di un indeterminato al Ministero.

la verità è che non gli piaci abbastanza

Mi direte: se fossi stata brava come dici il contratto te l’avrebbero fatto eccome. È quello che mi dicevo pure io: la verità è che non gli piaci abbastanza. La verità è che non sei abbastanza in gamba, abbastanza rapida, abbastanza precisa, non lavori abbastanza bene da meritarti un contratto vero. La verità è che sei inadeguata, non sei all’altezza, per questo anche se provi a mandare il cv ad altre case editrici nessuno ti risponde, nemmeno per uno stage.
Devo correggermi però: una mi ha risposto: Paola Gallo di Einaudi. Ho evitato di far nomi fino qui, ma il suo lo faccio, perché la sua risposta – giuntami mentre ero dove non avrei dovuto essere, in ufficio, a chiudere un epub su cui avevo sgobbato tutto il weekend – mi ha commossa per il garbo, la gentilezza e la rapidità.

«La sua lettera è molto bella, ma purtroppo non ho nulla da offrirle. Le auguro di trovare presto quello che cerca, sono sicura che lo merita. Un saluto caro»

E mi scuserà, Paola, se la riporto qui, ma è per dire a chi mi legge che in editoria, come in amore, non sono tutti uguali. C’è anche gente per bene, che legge i cv e risponde subito, con garbo e sincera empatia, e di quella risposta io sono ancora, a distanza di mesi, sinceramente grata.

Cara Paola, vorrei dirle che, no, a distanza di otto mesi purtroppo non so ancora se ho trovato quello che volevo, ma forse ho trovato quello di cui avevo bisogno, come diceva una certa canzone. Sicuramente ho capito delle cose. Ho capito che se io non sono abbastanza per l’editoria, allora è l’editoria che non è abbastanza per me. Che chi fa un lavoro che gli piace crede di non lavorare un giorno solo nella vita, ma in realtà è schiavo per sempre. Che ci sono cose più importanti, ci sono la famiglia, gli amici, un weekend al sole, e sono tutte cose che non vale la pena di sacrificare nemmeno al lavoro più bello del mondo. Che i lavori passano mentre gli affetti restano, a patto che vengano coltivati e nutriti come fiori preziosi, altrimenti avvizziscono. Che io non sono il mio lavoro, la mia carriera, o un maxitelevisore del cazzo, non sono facebook, twitter o instagram, dove tutti i miei contatti sembrano più felici e realizzati di quanto io potrò essere mai.

Da tre mesi ho un nuovo lavoro, un contratto vero, un orario più o meno stabile dalle 9 alle 15. Nel resto della mia giornata mi dedico ai miei progetti, alle persone che amo, ai miei amici. Non lo so se sono felice, forse però sono più vicina all’idea di felicità che ho per il mio futuro. I libri li leggo solo quando mi va, quando mi piacciono, senza fretta. Sobbalzo ancora per i refusi, ma meno di prima.

Con le prestazioni occasionali ho chiuso, e quindi anche questo blog, forse, finisce qui.
Grazie a chi mi ha letta, supportata, sostenuta e incoraggiata, anche solo con una stellina o un commento. Siete stati tutti preziosi.

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