Tentare nuoce

Ho iniziato la scorsa settimana inviando due mail che non avevo nessuna voglia di inviare. Ho cominciato questa ricevendo le risposte che non avevo alcuna voglia di ricevere.

Eh sì, avete capito bene, pioggia di Lamentationes in arrivo. 

La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare.

Il motivo per cui abbiamo di continuo citato, postato, twittato, ricopiato questa frase di Jep Gambardella è che non bisogna avere sessantacinque anni per rendersi conto di quanto sia profondamente vera. Facciamo di continuo cose che non ci va di fare – e non mi riferisco certo a cose tipo portare a spasso il cane anche se piove e fa freddo, fare il cambio di stagione o sbrinare il freezer. Quelli sono doveri, che magari a volte pesano, ma dei quali riconosciamo l’intima giustezza. Come? Dal fatto che il nostro dàimon interiore non si ribella, anzi ci tira per il braccio e ci spinge fuori dal letto per incoraggiarci a fare quello che dobbiamo fare.

tgb

Quando al liceo ho letto Socrate per la prima volta, mi è stato subito simpatico perché sin da allora anch’io sentivo forte e chiara la voce del mio dàimon. È proprio come se, nei momenti di dubbio, un’altra me mi parlasse indicandomi chiaramente cos’è giusto fare. Cerco sempre di dargli ascolto, perché il mio dàimon è un tipo permaloso, e a qualunque mia ragionevolissima obiezione risponde solo Cazzi tuoi, fa’ come credi, io ti ho avvisata. Il problema è che ha sempre ragione.

Voi crederete che siano una sorta di profezie autoavveranti; invece no, io ho capito ormai che non è altro che una manifestazione del normale istinto di autoconservazione. Il mio dàimon fiuta i bugiardi, i falsi amici, le fregature, gli atti di piaggeria. Mi è capitato di ascoltare una proposta di lavoro che sulla carta non sembrava neanche tanto male, con il mio dàimon che invece di far salti di gioia mi tirava cazzotti nello stomaco e mi gridava fortissimo di lasciar perdere. Alla fine ho rifiutato – e credo che il mio interlocutore non ne abbia ancora capito il motivo. Io stessa l’ho capito dopo due giorni: non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare. Una proposta, se è una buona proposta, deve farmi sentire felice, non gettarmi il morale sotto le scarpe.

Finisce che il lavoro resta quello che (non) ho e il morale sotto le scarpe da qualche giorno ce l’ho comunque, perché nessun dàimon è perfetto, e anche il migliore dei dàimones ha bisogno talvolta di spingerti di testa contro il muro per farti capire le cose. Finisce che dopo aver rifiutato quel lavoro ho mandato una mail scritta praticamente con lo stomaco, giocandomi il tutto per tutto, con lo spirito che tanto “tentar non nuoce”. Ma non è vero, tentare nuoce eccome – e, ancora una volta, il mio dàimon me l’aveva detto. Finisce che per tutti sono una risorsa importante, indispensabile, fondamentale, il valore aggiunto, ma per la verità non gliene frega niente a nessuno. Finisce che alzarsi dal letto la mattina, rispettare le scadenze, avere a che fare con i superiori mantenendo il sorriso – tutto diventa un po’ più faticoso.

Cazzi tuoi, io ti avevo avvisata, dice il mio dàimon stringendosi nelle spalle.

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