La tartaruga di Zenone

Quando ho aperto questo blog mi ero ripromessa di non farne uno sfogatoio di lamentazioni piagnone sulle sfighe lavorative e non. È finita che invece di non scrivere lamentazioni e di guardare al bright side of life, ho smesso di aggiornare il blog, e ho cominciato a riempire di lamentazioni quadernetti e taccuini.
E allora, mi sono detta, sapete che c’è?, il blog è mio, e mo vuoi vedere che proprio sul mio blog non mi posso lamentare come una suocera nella sala d’attesa del medico? Machissenefrega, mi sono detta, tanto ormai qua sull’internet ognuno tiene la sua da dire, non vedo perché devo star qui ad autocensurarmi. E quindi sì, ecco, oggi inauguro questa sezione di Lamentationes in cui quando mi andrà butterò tutte le mie frustrazioni. A casaccio, senza nessuna pretesa di capo o coda.
Quindi **SPOILER** quanto segue non vuole in alcun modo esprimere coerenza, analisi, financo ragionevolezza.
Se questo è quello che cercate, chiudete questo blog e apritevi Chomsky.

Il fatto è che, anche se qui tutto sommato fa ancora caldo e le magliette a maniche corte non sono ancora in cima all’armadio, il fatto è che ormai le foglie cadono e, cavolo, è autunno.
E l’autunno ha in sé il seme del Capodanno futuro.

Di colpo l’estate è finita, siamo nell’ultimo quarto dell’anno, i giochi sono fatti, in un battito di ciglia sarà Natale e saremo di nuovo a tracciare bilanci sulle promesse non mantenute e a scrivere promesse che non manterremo.

Avevo formulato dei buoni propositi per questo 2015. Li avevo scritti su un foglietto che ho sempre nel portafogli. L’idea era riaprirlo a Capodanno per scoprire, con gioioso stupore, di poter depennare soddisfatta almeno uno di quei propositi. Quel foglietto non l’ho nemmeno ancora riletto; so benissimo cosa contiene e so che sono ben lontana da tutti quei propositi. Anche quest’anno mi sembra di aver perso un altro anno a inseguire cose evidentemente fuori dalla mia portata.
Ma poi, inseguire; le ho inseguite davvero?

Le sabbie mobili sono la metafora per antonomasia dell’immobilismo, dell’incapacità di uscire da un’impasse. Ma, a pensarci, nelle sabbie mobili c’è pur sempre movimento. C’è il naturale sprofondare verso il basso, c’è la tensione del corpo verso l’alto, la spasmodica ricerca di appigli, l’inesorabile scorrere del tempo verso il punto di non ritorno. Nelle sabbie mobili non si sta immobili, non si aspetta, si agisce. Tutta un’altra cosa rispetto a, che so, la mia vita negli ultimi sette anni. Quello sì che è immobilismo, vicoli ciechi, porte trompe l’oeil dipinte su muri di cemento.

Il fatto è che ho questo brutto vizio di aspettare. Aspetto che esca la carta buona come un giocatore di burraco con la chiusura in mano, pesco dal mazzo, scarto e aspetto, aspetto perché non so davvero fare altro, dovrei cambiare strategia, ma non saprei da che parte cominciare, trentatrè anni mi sembrano già troppi per buttar giù e ricominciare – anche se so di gente che lo ha fatto a quaranta, cinquanta, perfino sessant’anni. Forse il fatto è che non sono quel tipo di persona, io ho bisogno dei miei punti fermi, delle mie abitudini, della mia circostanza; e allora aspetto, perché il mio lavoro mi piace, e tutto sommato a quanto pare lo so fare, e se solo si potesse aggiustare quel certo dettaglio… E allora aspetto, perché non voglio arrendermi, e la mia attesa diventa essa stessa una resa.

Mi dico che forse la chiave sarebbe ridimensionare. Se la meta sembra irraggiungibile, scegliere un punto più a portata di mano; non la cima dell’Everest, ma magari un buon rifugio in cui riposare le ossa e ritirarsi per un po’. A raccogliere le forze per affrontare la cima, o forse anche no.
Ridimensionare.
Ridiscutere le distanze, e le unità di grandezza che le misurano.
L’infinitamente piccolo può tornare infinitamente utile, in questi casi.

La tartaruga di Zenone, frazionando le distanze all’infinito, finiva per battere Achille in una gara di velocità senza nemmeno muoversi dal salotto di casa propria.

 

tartaruga.jpg
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