Del perché, nonostante tutto, voglio ancora bene a ISBN Edizioni

Lavoro nell’editoria da nove anni senza aver mai avuto un contratto fisso e scrivo sì e no una volta ogni sei mesi su un blog che ha la visibilità di un asteroide nell’universo. Questo significa che posso permettermi di dire più o meno tutto quello che mi pare senza timore di perdere chissà che, ed è per questo che oggi dirò la mia non richiesta opinione sul “caso ISBN“, finito sulla bocca di tutti – ma guarda un po’ – proprio alla vigilia dell’apertura del SalTO2015.

A prescindere dalla simpatia o meno di Massimo Coppola (che per me è e resterà sempre “Quello di BrandNew”, con tutti i pregi e difetti del caso), quando ho visto per la prima volta i libri di ISBN Edizioni me ne sono innamorata. Non dico che avrei lavorato per loro anche gratis, ma diciamo che lavorare su libri che mi piacciono sarebbe stato un valore aggiunto non da poco. L’unico motivo per cui non ho mai mandato il curriculum a ISBN Edizioni è che ero stata già rimbalzata da un’altra casa editrice – di cui non farò il nome ma che amo davvero tanto –, per il fatto che vivo lontano da loro e non erano in grado di garantire una mole di lavoro tale da giustificare un trasferimento o anche solo il pendolarismo (cosa di cui, pur col cuore spezzato, li ringrazio molto. Editore del mio cuore, se mi leggi e ti riconosci nella descrizione, ripensaci.)

È per questo che, sempre con grande professione d’amore verso le pubblicazioni ISBN e grande rispetto per chi ci ha lavorato, quando Coppola scrive “Abbiamo creato lavoro con i libri” perché tutti i dipendenti della casa editrice sono stati assunti in seguito a stage, a fronte di una pletora (“centinaia”, cit.) di collaboratori esterni, mi viene da gridare un sonoro “mavaffanculo”. La mia esperienza diretta mi dice che non sono certo le professionalità a mancare nell’editoria italiana (anzi); eppure redattori, correttori di bozze, editor, revisori, traduttori vengono ancora considerati risorse accessorie da chiamare quando serve e da pagare sempre meno. Lo so che ormai è la norma e mi ci dovrei abituare, ma è difficile per me mandar giù il fatto che l’unico lavoro che so fare bene e che amo non mi darà mai una busta paga, che sarò sempre precaria, sostituibile, nonostante gli anni di professionalità in cui non ho mancato una scadenza e ho fatto notte su libri che ho curato come se fossero miei, anche se il mio nome non è comparso nemmeno in piccolo nella quarta di copertina, a differenza di traduttori, curatori o grafici. E infatti il caso ISBN deflagra dalle lamentele di autori stranieri e traduttori, mentre sui redattori precari di grossi altri marchi, da Mondadori a Rizzoli o Zanichelli il silenzio resta assordante – nonostante, aggiungerei, la qualità dei libri pubblicati sia molto spesso di gran lunga inferiore.

Le Notti BiancheQuando Massimo Coppola scrive che tutti i dipendenti di ISBN “con una o due eccezioni, sono entrati attraverso uno stage” e “avevano tra i 24 e i 27 anni nel momento in cui sono saliti a bordo”, ripenso al mio debutto nel meraviglioso mondo dell’editoria. Avevo 23 anni quando iniziai uno stage in una casa editrice dalla quale, ho scoperto poi, sono passati in un modo o nell’altro praticamente tutti quelli che lavorano con i libri a Bari e provincia. Piccola ma storica, era rinomata per la qualità delle sue pubblicazioni e dei suoi autori, essendo peraltro nata come una sorta di “costola meridionale” di Einaudi. Quando arrivai in questa prestigiosa realtà, la maggior parte degli autori pagava per essere pubblicata con loro; l’editore stava inoltre meditando di trasformare lo stage gratuito in una formula a pagamento (cosa che in effetti fece dopo poco che andai via) e di estendere l’orario lavorativo anche al sabato. Io dopo una settimana affidata come stagista ad un’altra stagista, in redazione facevo tutto, dalla correzione di volumi più o meno complessi alla valutazione degli inediti, dalle bibliografie all’editing. L’editore teneva molto alla qualità, perché tra i suoi autori c’erano apprezzati meridionalisti e i più conosciuti uomini di sinistra della Regione, tutti suoi amici personali. L’editore parlava di comunismo e andava in giro in Porsche. Al termine dello stage mi propose un “contratto” full time per 500 euro a nero. Rifiutai. Oggi quella casa editrice non esiste più.

Non so con che macchina vada in giro Coppola e non voglio fare paragoni tra il mio caso e quello di ISBN, di cui non conosco le specificità; il processo deduttivo mi porta a credere che se è bastato un La per dare inizio a una sinfonia di lamentele e zero voci in difesa qualche motivo ci sarà, ma forse è solo perché Coppola non è proprio Mister Simpatia. D’altro canto, posso dire che conosco editori che si correggono i libri da soli per non dover correre il rischio di affidarsi a collaboratori che potrebbero non essere in grado di pagare, e piccole realtà editoriali che ogni giorno danno letteralmente il sangue per non dover fare compromessi tra la qualità delle loro pubblicazioni e il giusto compenso ad autori, traduttori e collaboratori. Una volta una coppia di amici editori, a parer mio una delle migliori e più significative realtà editoriali nella mia Regione in questo momento, mi ha confessato che, pur credendo enormemente in tutti i loro autori, segretamente quasi sperano che nessuno di loro faccia il botto. “Non abbiamo le risorse per gestire una cosa simile”, mi hanno detto. “Sì, ok, il successo, il caso editoriale, i picchi di vendite; ma chi ce li ha i soldi per far stampare e distribuire grosse tirature? Paradossalmente, se ci scoppiasse un caso editoriale in mano dovremmo indebitarci fino al collo e potremmo rischiare di dover chiudere”.

Questo è il mondo editoriale oggi. Un mondo in cui qualità, quantità, successo e guadagno sono elementi che non vanno quasi mai a braccetto; in cui i grossi gruppi che avrebbero le risorse per permettersi di mantenere alti standard pubblicano libri brutti, fatti male, e sottopagano i collaboratori, mentre le piccole case editrici cercano di ricavarsi una nicchia in cui la qualità paghi. Talvolta ci riescono; talaltra commettono degli errori e finiscono come ISBN, che da mesi non pubblica più nulla e al Salone di Torino quest’anno è, nonostante tutto, una triste assenza.

Certo, non essere pagati per un lavoro svolto è uno schifo e non dovrebbe mai succedere; ma di gente che mi ha chiesto di lavorare gratis o a prezzi da fame ce n’è talmente tanta, anche tra quelli che oggi additano ISBN, che crocifiggere loro per due anni di arretrati, a fronte di situazioni ben più incancrenite, non mi riesce proprio. La mia è una motivazione prettamente sentimentale, lo so, ma quelli in cima alla mia lista dei cattivi, nonostante tutto, sono altri.
Il fatto che queste situazioni siano all’ordine del giorno dovrebbe però farci riflettere sul fatto che forse è giunto il momento di ripensare il modello editoriale da cima a fondo. Capire qual è il punto del workflow in cui sbagliamo, oppure guardarci tutti in faccia e prendere serenamente coscienza del fatto che l’editoria di qualità non serve più a nessuno.

“È una questione di qualità, una formalità”, diceva qualcuno.

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One thought on “Del perché, nonostante tutto, voglio ancora bene a ISBN Edizioni

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