Noi che commentavamo Sanremo prima che fosse mainstream

ovvero: Una cosa divertente che non farò mai più #6

Che ne sapete voi, di quando a malapena c’era facebook, twitter non se lo inculava nessuno, figuriamoci gli hashtag, i social media manager nelle trasmissioni televisive erano impensabili, e Sanremo non era un evento soscial ma una roba per pochi irriducibili: le nonne, le zie, e quelli che lo guardavano col volume abbassato e la radio accesa sulla Gialappa’s. Quella di Marco, Carlo e Giorgio era la madre di tutte le dirette sarcastiche, il maglioncino ceruleo di quella moda del trash che oggi tutti ostentano di apprezzare. Noi, nati e cresciuti negli anni ’80, si amava il trash quando non era mainstream, e si seguiva la diretta Sanremo della Gialappa’s con devozione e coi sensi aperti a cogliere i momenti che sarebbero inequivocabilmente passati alla storia. Noi abbiamo visto tutto. Noi ricordiamo tutto. Per dire, noi siamo quelli che soffocavano col signor Carlo all’apparire del figlio di Celentano con fidanzata zainettata al seguito, la prima a portare sul palco dell’Ariston un cellulare (altro che i selfie di Sarcina).

Se non ricordate quel momento non potete capire il senso di smarrimento all’annuncio che la diretta della Gialappa’s era stata soppressa da una (già all’epoca) lungimirante RadioDue in vena di tagli creativi. Era il 2010, la 60esima edizione del Festivàl, che già si preannunciava come una delle migliori peggiori edizioni sanremesi degli anni Zero. All’epoca lavoravo con alcuni amici in una radio mediamente nota a livello locale, e in uno slancio eroico decidemmo che noi, nel nostro piccolo, dovevamo fare la nostra parte per colmare il vuoto. Il boss disse che se non ci doveva pagare gli straordinari potevamo fare quello che volevamo, e così demmo inizio alla prima diretta di Sanremo che quella radio, in trent’anni di storia, avesse mai visto.

ControFestival 2010

La squadra venne così composta: un rispettabile giornalista musicale, Dado Minervini, che s’immolò a fare da parafulmine in caso di querele; Sergio Spacciante, riconosciuto esperto sanremese; il nostro grafico Raffaele de Pergola e Adele Meccariello, una delle speaker di punta della radio, ad alternarsi come cultori del trash; io a scovare video e notizie in diretta e Raffaele Stellacci a tenere le fila di tutto in regia. Più un corredo di amici e compari che ci telefonavano o venivano a trovarci per intromettersi nella diretta e portarci generi di sopravvivenza. Per cinque giorni ci nutrimmo di schifezze alimentari e musicali, stanando plagi, studiando i testi e le statistiche, incitando il pubblico al TeleVuoto, ripescando vecchi orrori sanremesi. Era l’anno dei figli dei Talent, dei luoghi e dei laghi di Scanu, di Nino d’Angelo e Maria Nazionale, del sempiternamente insulso Povia, di Nina Zilli rivelazione tra le nuove proposte, ma soprattutto del Trio Pupo-Emanuele Filiberto-Luca Canonici, contro il quale levammo sonori pernacchi à la Eduardo de Filippo e innalzammo cori patriottici in nome di Garibaldi e Mazzini. Eravamo inesperti e di certo non eravamo all’altezza della Gialappa’s, ma ci divertimmo, tanto. E chi ci ascoltò si divertì con noi, e ancora ci chiede se quest’anno lo rifacciamo.

L’abbiamo rifatto una volta, e no, non credo lo rifaremo più. Nessuno di quei gloriosi cavalieri che fecero l’impresa lavora più in radio, e quella stessa radio non è più quella di un tempo. Lo dico con una punta di tristezza, e non me ne vogliano gli amici che ci lavorano ancora, ma si stava meglio quando si stava peggio. In un sottoscala, senza luce, con molto stress, aggrappati a un ciocco di legno in balia costante della tempesta, ma solidali come una famiglia. Mi direte che shit happens, anche nelle migliori famiglie. Forse noi non eravamo speaker all’altezza di una radio al passo coi tempi.

Social killed the radio stars, forse. Certo è che questa pletora di commentatori social m’intristisce assai. Tra quelli che non comprano mai un disco, non aprono mai una rivista, ma una volta l’anno si sentono in diritto di parlare di musica, moda, costume e società senza averne mai capito niente; quelli che non hanno la minima paura di apparire ignoranti o fuori luogo pur di dire la loro sul tema del momento, solo per strappare un like o un RT; le divisioni tra quelli-che-non-guardano-Sanremo, quelli-che-guardano-Sanremo-per-dirne-male, quelli-che-guardano-Sanremo-per-studiare-un-fenomeno-di-costume, io – scusate – non mi diverto più. 

Sanremo me lo commento sul divano con i miei amici, gli hashtag su cui fare i brillanti li lascio a voi che ne capite.

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