Contro il primato dell’opinionista nella società contemporanea

Il solo fatto di aver imparato a risolvere le espressioni alle scuole elementari mi autorizza a mandare il curriculum al Cern? Evidentemente no. Eppure il fatto di aver imparato (si fa per dire) a leggere e a scrivere pare autorizzare i tre quarti della popolazione italiana ad innalzarsi al ruolo di scrittori, comunicatori o, peggio di tutto, opinionisti

L’opinionista, quella tipologia di essere umano che ha sempre una parola da dire per qualsiasi persona su qualsiasi cosa, mi fa rimettere in discussione i valori alla base della società civile. Siamo sicuri che la libertà d’espressione sia un principio sano? Che sia cosa buona e giusta il fatto che chiunque possa dire la sua su qualunque argomento senza prima aver, che so, sostenuto un piccolo esame preliminare per verificare le sue conoscenze di base? È giusto che possa votare anche chi non sa nemmeno il nome del Presidente della Repubblica? Ma questo suffragio universale, poi? La democrazia è davvero quel grande affare che ci dicono?
Ecco, questo è l’effetto che mi fanno gli opinionisti. Che una in un niente si ritrova ad inveire come il più più frustrato dei Nanni Moretti d’antan e a desiderare solo d’invadere la Polonia con truppe di maestrine dalla penna rossa. 

Ho contestato per anni la regola che “Content is King”, nella convinzione che sì, il contenuto è importante, ma senza una forma corretta e adeguata non va da nessuna parte. Oggi invece, di fronte a legioni di blogger ed editorialisti che si parlano addosso analizzando la società come se fossero tutti il Deboscio o QuitTheDoner in uno dei suoi momenti di grazia su Vice, mi sorprendo ad essere più tollerante verso un “qual è” con l’apostrofo rispetto a un mare di stronzate espresse con ficcante sarcasmo e pungente ironia «like a movement without the bother of the meaning», per citare chi ha in parte ispirato queste riflessioni.

Lo dirò con crudezza: non siete Bukowski. Non siete Nick Hornby. Forse in un guizzo d’energia potete arrivare ad essere talvolta il Deboscio o QuitTheDoner, ma perlopiù non siete nemmeno Susanna Agnelli ai tempi delle Risposte Private su Oggi. Raccogliere likes, retweets e followers fa di voi puro entertainment da mezza giornata, e non vi autorizza a pensare di essere in grado di scrivere dei libri che valgano la pena di essere letti o di fondare un movimento politico. Non che l’entertainment sia il male, eh. Anche queste righe, qui, adesso, non sono alla fine che puro entertainment. La differenza però è che nessuno si sognerebbe mai di invitarmi agli Stati Generali della Cultura del Pd per parlarne, e se lo facessero scoppierei in una sonora risata (ogni riferimento a cose, persone, fatti o Soncini realmente esistenti è puramente casuale).
E allora forse semplicemente dovremmo tutti smettere di prenderci troppo sul serio e allo stesso tempo cominciare ad usare con parsimonia e rispetto questo che in tanti paesi del mondo conosciuto è ancora un privilegio: la libertà d’espressione. Prima di pretendere di esprimere un pensiero organico su qualcosa dovremmo forse pensare a Socrate e al suo test dei Tre Filtri: È vero? È detto nel modo giusto? È utile che la gente lo sappia?

When did Ignorance become a point of view?

Viviamo probabilmente nell’epoca storica con la più alta disponibilità d’informazioni e il più basso tasso di alfabetizzazione culturale. Possiamo leggere in un clic tutti i quotidiani, le riviste specializzate, articoli e post di esperti in qualunque cosa, abbiamo la quasi totalità dello scibile umano praticamente in punta di dita, siamo continuamente bombardati da informazioni, scaffali di libri che nessuno legge, leaks di segreti internazionali che vengono continuamente rubati da server impenetrabili per essere messi a nostra disposizione, eppure al mattino la prima cosa che facciamo, invece di fustigarci per non aver ancora letto ascoltato e visto almeno parte dei fondamentali che ci renderebbero esseri umani sulla via dell’uscita dal nostro stato di minorità, è aprire Facebook e Twitter. Per vedere che dicono i nostri amici e dire la nostra su qualcosa – qualsiasi cosa, spesso ancor prima di leggere i titoli dei giornali, perché tanto quel che vale la pena sapere lo leggiamo sui social dalla bacheca di qualcuno – e l’urgenza di commentare subito per essere sul pezzo non lascia certo il tempo, non dico di capire e farsi un’idea intelligente, ma anche solo di cliccare su un link e leggere un articolo fino in fondo. Ciacoliamo, polemizziamo, spariamo a zero, e nella migliore delle ipotesi a metà mattinata avremo tirato fuori una battuta arguta che verrà scrinsciottata in una gallery di Repubblica o letta in qualche radio o rubata da qualche comico.

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Ci si sorprende che The Newsroom sia andato malissimo in Italia già dalla seconda puntata, ma un telefilm su un telegiornale che si propone di far crescere l’opinione pubblica con notizie certe e fatti verificati, diciamocelo, pare davvero anacronistico in un paese in cui l’informazione è affidata ai nomi che ben conosciamo e si fa opinione perfino sugli omicidi. Nei salotti televisivi si discute di perizie, si studiano atti, s’indaga, si sospetta, si inventano leggi e reati, si accusa e si condanna. Sono ancora sconvolta dalla scoperta che perfino Luciano Onder, che anima da sempre le mie paranoie ipocondriache sulla prostata che non ho, è laureato in Storia moderna, non è medico e prima di arrivare alla conduzione di Medicina33 non aveva mai letto nemmeno le riviste sui tavolini delle sale d’attesa.

Tutto questo per dirvi che ogni giorno gettiamo nel cesso i fatti per sbrodolarci nell’opinione. E non dovremmo. Perché è anche per questo se viviamo in un paese in cui il potere è in mano a burocrati che parlano una lingua che nessuno capisce e in cui un cittadino su tre ritiene ragionevole farsi governare da un comico. Forse prima di “cambiare verso”, prima di aggrapparci a uno slogan, dovremmo provare a cambiare le persone, a diventare lettori, opinionisti ed elettori più consapevoli, pensando a quel che diciamo e tenendo molte insensatezze nel chiuso della nostra scatoletta cranica.
E sì, certo, in questa prospettiva anche questo post, che è una via di mezzo tra il meta-opinionismo e il più puro MaStiCazzi, non è poi così necessario al mondo e solo grazie a un colpo di coda del mio ego (“In fondo è il mio blog, non la prima pagina del Washington Post“) non è stato autocensurato in un picco della Sindrome dell’AMSCMa avrà senso averlo scritto se adesso chiudete subito questa pagina e andate a leggervi qualcosa che vi renda persone migliori.

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7 thoughts on “Contro il primato dell’opinionista nella società contemporanea

  1. Sarà banale dirti che ho letto questo post con viva attenzione, e che, nonostante la frase “viva attenzione” faccia davvero cagare, ti leggerò ancora? Sì, lo è, ma in fondo io mi ci sento un sacco in quella “via di mezzo tra il meta-opinionismo e il più puro MaStiCazzi”, e adesso chiudo questa pagina e vado a mangiare, e a bere del buon vino, e so che, anche questo, farà di me una persona migliore. Cheers.

    E complimenti.

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