Andate a lavorare, teppisti!

Per fortuna che c’è sempre qualcuno che vuole insegnarci a vivere, a noi trentenni fighetti lavoratori della cultura.
Da quando mi sono laureata, per esempio, mia madre non fa altro che dirmi “fai i concorsi”. Il concorso alle poste, il concorso per la scuola, il concorso per un qualunque posto nell’università, dal bidello al tecnico di laboratorio. Sembra che la Gazzetta Ufficiale sia lì pronta ad offire posti di lavoro ideali e che noi, poveri sciocchi giovani neolaureati, non capiamo un accidente.

La panacea di tutti i mali

Ho fatto domanda per un solo concorso nella mia vita. C’è voluto un anno solo per stabilire la commissione e sapere le date della prima prova scritta; per fortuna nell’arco di quell’anno molte cose erano cambiate nella mia vita, e non avevo più tempo né bisogno di andare a scaldare il banco a quel concorso con vincitore già deciso a tavolino da mesi.

Adesso ad insegnarmi come devo vivere ci si è messa anche La Stampa. Con un illuminante articolo che spiega come nel corso dell’ultimo anno, nonostante la disoccupazione galoppante (sono di oggi i confortanti dati Istat in merito), più di 45.000 offerte di lavoro siano rimaste inevase.
I motivi?

Nel 47,6% dei casi il lavoro non si è materializzato perché non si sono presentati abbastanza candidati, mentre nell’altro 52,4% le persone hanno risposto all’annuncio ma non avevano i requisiti.
Le figure più difficili da rinvenire sono state quelle dei commessi (quasi 5.000 posti di lavoro non coperti); dei camerieri (più di 2.300 posti); dei parrucchieri e delle estetiste (oltre 1.800 posti); degli informatici e telematici (quasi 1.400 posti); dei contabili (quasi 1.270 posti); degli elettricisti (oltre 1.250) dei meccanici auto (quasi 1.250 posti); dei tecnici della vendita (1.100 posti); degli idraulici e posatori di tubazioni (più di 1.000 posti); e dei baristi (quasi 1.000).

Di fronte a questo incontrovertibile dato, ha buon gioco La Stampa a chiudere con le dichiarazioni del segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, secondo cui:

Innanzitutto bisogna rivalutare, da un punto di vista sociale, il lavoro manuale e le attività imprenditoriali che offrono queste opportunità. Per questo è necessario avvicinare la formazione scolastica al mondo del lavoro.

Insomma, siamo una generazione di fighetti. Tutti con questa inspiegabile pretesa di studiare e laurearci, invece di “andare a lavorare al bar”, per citare un andante caro alla mia città. E poi ci lamentiamo perché non troviamo lavoro! Certo che non lo troviamo, brutticretini che non siamo altro. Le campagne sono piene di extracomunitari che si spezzano la schiena al posto nostro, le case di anziani sono piene di badanti rumene che muoiono dalla voglia di fare i lavori che a noi, brutti ingrati, ci fanno schifo.

Quello che La Stampa non vi dice, però, è che per i tre quarti dei lavori elencati servono delle competenze specifiche, che non tutti hanno. Ergo, non tutti possono andare a fare i parrucchieri o gli elettricisti; questa idea è, sì, figlia di una mentalità che degrada i lavori manuali e artigianali a una cosa che “possono fare tutti”. Anzi, chi lo fa o vuole farlo segue percorsi di studio e lavorativi specifici, per poi sentirsi fare “proposte indecenti” come tutti gli altri: contratti ridicoli, lavoro a nero, guadagni da fame, prospettive alla “poi si vedrà”.

Quello che vedo ogni giorno e verifico sulla mia pelle è una situazione tutta al contrario: sono i lavori della conoscenza quelli degradati. Perché se non tutti sanno fare gli elettricisti, tutti sanno però leggere e scrivere. Certo, almeno in teoria. Perché poi i quotidiani sono il luogo d’elezione di errori sintattici, grammaticali e di concetto, giustificati dalla licenza del “linguaggio giornalistico”, e la redazione di una notizia breve o di un comunicato stampa è un mistero per pochi eletti. Lasciando perdere gli orrori che quotidianamente, correggendo libri di mestiere, leggo in testi scritti da alcune tra le più brillanti menti del nostro paese.

Qualche tempo fa vi raccontavo di come, all’università, pensando al nostro futuro si scherzava dicendo: “Mal che vada, andremo a fare i cassieri all’Auchan“. Non scherzavo quando vi dicevo che non ci fanno fare neanche quello. Un mio collega ci ha provato. Ha mandato il curriculum alla Esselunga di Milano, accompagnato da una lettera motivazionale, che vi riporto per intero, perché per me è il vero specchio di una generazione. Più dei numeri della Stampa.

Gentile responsabile risorse umane,
le scrivo per propormi all’azienda esselunga in qualità di magazziniere.
Come potrà agilmente intuire dal mio cv io non ho mai fatto il magazziniere.
Vorrei però avere l’opportunità di convincerla che nonostante tutto sarei perfetto per questa mansione.
Potrebbe sembrare una mancanza di rispetto nei confronti di chi svolge questo lavoro, e la prego di credermi che non è così, ma – vede – per tutti questi anni, pur avendo lavorato in altri ambiti a diverso titolo, la quasi totale assenza di gratificazione (personale ed economica) mi ha portato a credere che forse un ruolo dove le aspettative si fanno poca strada sia più adatto a me.
In ultima istanza, e forse nemmeno poi così ultima, ritengo che in questi tremendi giorni di difficoltà economiche diffuse, dovute principalmente all’incapacità di chi intermedia tra chi i soldi li ha e chi li vorrebbe, la forbice che individua le ricchezze del mondo si stia così divaricando che nel lato debole di essa alla fine siamo tutti uguali. e che una pizza comprata guadagnando all’esselunga non abbia meno sale di una comprata guadagnando nella redazione di un giornale.
Speranzoso in un suo cortese e sollecito riscontro,
la ringrazio per i minuti spesi per la mia rchiesta
e le auguro una buona giornata.
Cordialmente suo

Inutile dirvi che non ha ricevuto alcuna risposta.

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8 thoughts on “Andate a lavorare, teppisti!

  1. Ciao, bel post.
    Dovrebbero eliminare l’ordine dei giornalisti, e sostituirlo con regole un po’ più severe (tante volte, suprattutto per quanto riguarda il lavoro, vengono scritte cose imprecise, che possono anche fare male a chi – i disoccupati e gli inoccupati – si trovano in un momento fragile).
    Gran parte di quegli annunci sono fatti per promuovere corsi, o le condizioni sono proprio assurde. Ho lavorato al bar (in Inghilterra, perchè a Napoli non mi avrebbero mai preso – te l’assicuro), è stato bello e mi è piaciuto, il problema è che era pagato uno schifo, e tutte le competenze acquisite negli anni, tanti, andavano sprecate.
    Questo è un porblema che riguarda anche i lavori di “vendita”, in cui cultura e sensibiltà sono controproducente (in risposta ad una possibile offerta – ero qualificato – avevo avanzato una richiesta di flessibilità – del tutto ragionevole – per sentirmi dire che non “avevo fame”).
    Ora sono riuscito a invertire finalmente la rotta, faccio lavoro intellettuale. Ma sarei pronto a “rimboccarmi le maniche”, se solo tutto quello che ho fatto e che sono non andasse sprecato. I soldi mica sono tanto un problema: è stramaledettamente facile guadagnare di più che lavorando di cultura.
    Il problema è la cosciena, che dà fastidio al padrone, che vede i laureati – soprattutto gli umanisiti – come dei rompiscatole. La classe dirigente è troppo ignoranti per capire che la cultura fa bene anche al business.
    Scusa per la lungaggine.. A presto!

    • Ciao Alessandro,
      prima di tutto: grazie per avermi portato la tua esperienza 🙂
      E in effetti sì, secondo me hai centrato il problema: il business non capisce il valore della cultura. Ed è una cosa che trovo surreale specie in un paese come il nostro, che è la patria delle belle lettere e delle arti… Come surreale è che il lavoro nella/con la/per la cultura non venga mai riconosciuto come tale, ma sia sempre degradato a poco più che passione e amore per la causa.
      Credo che in questo senso condividere saperi ed esperienze e fare network siano importantissimi!

  2. Commento un po’ in ritardo.. ma che dire.. che dire… ti farei un applauso guarda! Un applauso gigantesco! Concordo con tutto quanto hai scritto. Io sono archeologa ed è inutile dirti che non solo per me non c’è un posto di lavoro (tant’è che ho continuato ad investire in cultura frequentando adesso la laurea magistrale)… ma mi hanno rifiutata persino per ‘vendere mutande e reggiseni’, visto ‘che non ho l’esperienza adeguata, di almeno 3 anni’!
    Sei una grande, tu e il tuo amico. Ti abbraccio!

    • Ely, rispondo parecchio in ritardo anch’io, ma GRAZIE, grazie di cuore soprattutto per aver portato qui la tua esperienza!
      È incredibile che in un paese ricco di storia come il nostro una futura archeologa non trovi lavoro…Ti auguro davvero col cuore di riuscire a mettere a frutto adeguatamente i tuoi studi, così da poter lasciare la vendita di mutande e reggiseni a chi ha la competenza per farlo 😉

      un abbraccio!

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