La mia categoria non esiste #1

Questo è un post di denuncia. Un grido d’aiuto formale che lancio a nome delle due categorie cui appartengo: i dottori di ricerca e i correttori di bozze.

Noi ESISTIAMO.

Diversamente da quello che dicono i menù a tendina compilati da alcuni sadici programmatori, non siamo “Altro”. Siamo una categoria sufficientemente numerosa da meritare un’opzione nei moduli pubblici, nei database, nelle statistiche, perfino, santoddio, nelle schede dei sondaggi telefonici.
Lo dico perché questa cosa si rivela spesso un problema, costringendoci a inutili e tortuose spiegazioni.
Due esempi.

Aprile 2009.
Vengo ammessa ad un corso di formazione finanziato dalla Regione. Per iscivermi, devo presentare il certificato di disoccupazione. Vado dunque all’ufficio di collocamento della mia città.
Ora, l’ufficio di collocamento è, credo, uno dei posti più squallidi dopo il Sert e la mensa della Caritas. Struttura fatiscente, climatizzatori rotti, impiegati lenti, code disordinate e infinite: l’impressione generale è che a nessuno gliene frega un cazzo della gente che è lì, tanto sono poveracci che aspettano la manna dal cielo, quindi aspettassero.

Have PhD, will work for food

Prendo il mio numeretto e aspetto anch’io pazientemente il turno, fa un caldo mortale, c’è sempre qualcuno che cerca di passarti avanti nella fila mentre cerchi di capire se sei in coda per lo sportello giusto, tutti gridano e non si capisce niente.
Sono le 8.30 ma non riuscirò ad arrivare allo sportello prima delle 10.45. Ho i documenti già in mano, la mia è una pratica standard, l’impiegata fa tutto in dieci minuti netti incluso il blocco del sistema e la lentezza della stampante ad aghi. Andando via, però, mi accorgo che alla voce “titoli di studio” l’impiegata ha barrato la casella “laurea”. Eh no, ho un dottorato di ricerca cavolo, non avrò un futuro accademico spianato ma varrà pur qualcosa in più rispetto ad una laurea! È un fatto di principio, credo anche di aver avuto un paio di punti in più nell’ammissione al corso per questo, non voglio combinare casini. Torno indietro.

– Mi scusi signorina, ehm, c’è un errore… qui, al titolo di studio…
– Ah. Non è laureata lei?
– Sì, ma veramente sarei dottore di ricerca.
– Ah. Va bene, glielo correggo subito. Apriamo il database… allora, vediamo nel menù… Laurea magistrale?
– Ehm, no… è una cosa diversa…
– Ricercatore?
– No, è tipo… tipo… tipo un corso di specializzazione, diciamo. Sa, devo presentare il certificato per un corso regionale, non vorrei che ci fossero problemi…. Si chiama proprio “dottorato di ricerca”.
– Eh, mi spiace, ma qui nel menu del database l’opzione non c’è.
– Ah.
– Guardi, facciamo che le lascio “laurea”, e questo dottorato di ricerca glielo scrivo a mano e glielo faccio vidimare dal direttore.

Gennaio 2012. Ieri.
Vado in banca per attivare una carta prepagata ricaricabile.
Potrei comprare una carta PayPal dal tabaccaio e cavarmela in dieci minuti, invece no, io non mi fido di un tabaccaio qualunque, io voglio una carta col logo della mia banca, voglio la sicurezza di anni e anni di esperienza finanziaria.
Vado in filiale.

«È facilissimo», mi dice la signorina allo sportello, «mi serve un documento, il codice fiscale, la inserisco nel database e le ordiniamo la carta».
Facilissimo, mi ripeto. Ma già sospetto.
«Le devo fare giusto due o tre domandine per il questionario del database… Facilissime, eh, potrei quasi rispondere io!» ridacchia. «Ecco, ad esempio: Che lavoro fa?»
Ecco. Ad esempio. C’è una domanda di riserva?
«Lavoro per una casa editrice…»
«Ah, bene. Allora inserisco “dipendente”».
«Ehm, beh, no, non sarei propriamente una dipendente…»
«Vabbè, avrà un qualche tipo di contratto…»
Non ci credo. È uno scherzo.
«Guardi, non tocchiamo questo tasto…!» la supplico, sperando in una via d’uscita.
«Ma.. ha una partita Iva?» bisbiglia lei, come se mi stesse chiedendo se ho un conto corrente alle Cayman.
Vorrei morire. Perché non so mentire come il 90% degli esseri umani?
«In effetti lavoro a prestazione occasionale» confesso infine, esausta.
«Inserisco “dipendente”, è più facile.»

Ricordiamo agli amici a casa che io sono qui per una carta prepagata del cazzo. Una di quelle che se non ci metti i soldi dentro non serve a niente, quindi non capisco perché tutta questa manfrina su lavoro e contratto. Ma lo stillicidio non è ancora finito.

«Settore… dunque, sì, nel menù c’è “Editoria”. Vediamo un po’… “pubblicità”, “consulenza”… “prodotti per la stampa”?»
«Non proprio…»
«Infatti non è il suo lavoro, lei è tipo correttrice di bozze, vero? … Ma nel menu non c’è nessuna categoria adatta! Per il database la vostra categoria non esiste.»
Déja vu.
«Non si preoccupi, ormai sono abituata. Anche quando qualche anno fa sono andata ad iscrivermi al collocamento, non mi hanno attribuito il dottorato di ricerca perché l’opzione non era disponibile. Giustamente per loro è impensabile che un dottore di ricerca debba iscriversi al collocamento.»
«In questo Paese le cose vanno molto male! Vabè, inserisco “altro”.»

Facile, facilissimo.

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