Elogio della fuga: questo non è un Paese per alfabetizzati

Via, via, vieni via con me
niente più ci lega a questi luoghi, neanche questi fiori azzurri…
(Paolo Conte, 1981)

Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
(Giorgio Gaber, 2003)

Sono nata nel 1982, mi sono laureata nel 2004. Potremmo dire che, con una certa approssimazione, la mia formazione culturale e umana è stata scandita da queste due canzoni (e non è un caso che io abbia scelto due cantautori molto amati da mio padre, quindi con cui sono letteralmente cresciuta). Infatti devo confessare che non mi sono mai sentita troppo italiana, e se avessi avuto la possibilità di andare via dalla mia città o dal mio Paese, non avrei esitato a farlo.

Invece sono rimasta. E non certo perché, dopo una lista à la Saviano/Fazio, la bilancia pendesse a favore del restare! La mia è una scelta obbligata, perché sono un’umanista col pallino per la letteratura, e non potrei fare il mio lavoro in nessun’altra nazione. Paradossalmente, però, riesco a stento a farlo anche qui.
Quando si parla di generazione in fuga, le storie che si raccontano sono quelle di fisici nucleari, biotecnologi, genetisti… Ma in Italia, la culla dell’Umanesimo, delle Arti, delle Belle Lettere, non c’è posto soprattutto per gli umanisti: si taglia la cultura, si taglia l’università, si taglia l’editoria. Non mi lasciano andare via, ma fanno di tutto per togliermi il lavoro da sotto ai piedi. L’Italia non sarà un Paese per giovani, ma a quanto pare non è neanche un Paese per alfabetizzati.

La domanda se restare o andar via è  il grande dilemma della generazione attuale. Secondo un mio amico, chi si costruisce una vita professionale lontano dall’Italia, pur avendo i mezzi e le possibilità per restare, è un egoista a cui non interessa provare a rimettere in piedi questo Paese. “Retorica del fuggismo”, la chiama lui, e per certi versi ha ragione. È facile parlare dell’estero come di un generico Paese della cuccagna, in cui chiunque abbia delle capacità trova solo porte aperte, mezzi, tutele, riconoscimenti.
Eppure mi sembra altrettanto facile fare la retorica del restare, del cambiare un Paese che non vuole essere cambiato, perché cambiarlo significherebbe dover sradicare la radice stessa dell’italianità – una solida e millenaria tradizione di clientelismo, furbizia e particolarismi, in cui si fa fatica perfino ad identificare dei valori nazionali unanimemente condivisi che vadano oltre la pizza e il mandolino.

Dopo aver letto il post di Dino, il caso vuole che mi sia capitato sotto gli occhi un altro post. Manco a farlo apposta, è una citazione dell’Elogio della fuga di Henri Laborit, biologo, filosofo ed etologo francese. Ve ne riporto un pezzo, anche se merita di essere letta tutta:

La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte dalle acque tornate calme.

Sono anni che mi sento ostaggio della bonaccia, e quelli che se ne vanno lontano li invidio profondamente. Voglio dire, nessuno mi dedicherà una via per aver sacrificato la mia felicità in nome del bene presunto della nazione – che peraltro di me, della mia professionalità e delle mie competenze, non sa che farsene.
Non smetterò per questo di provare a cambiare le cose; ma se non riesco a rendere il mondo un posto migliore, posso sforzarmi di rendere migliore almeno la mia vita.

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10 thoughts on “Elogio della fuga: questo non è un Paese per alfabetizzati

  1. l´elogio della fuga concludeva nel secolo passato un bel film come Mediterraneo; ma, ne sono passati di anni ..
    rotto x rotto fatti un´anno di vacanza, che so.. a Berlino. mica ti devi trasferire..naaaa
    E magari poi scopri che..I tedeschi sono ancora innammorati pazzi dell’Umanesimo, ldelle Arti, e delle Belle Lettere pure..
    in quanto a risollevare l´Italia ..abbiamo gia´dato e abbondantemente pure.
    Buttati nel ballo!!
    http://www.flickr.com/photos/nishanga/

    • ho provato a studiare il tedesco all’università, sembra una lingua affascinantissima ma, purtroppo per me, assai ostica 😦
      ma risollevare l’Italia è proprio una causa persa, quindi non escludo una bella fuga quanto prima…

  2. e´vero, la maggior parte di noi LOTTA contro il psico-condizionamento che fa barriera davanti al tedesco e non e´raro che se stiamo tra italiani parta il discorso ..diciamo una volta su..due?? io, per es, con il mio street english campo benissimo
    pero´non lavoro pero´vivo in un quartiere dove me lo posso permettere perche´se chiedo dove sono le cipolle cé´sempre la risposta, e se vado in biblioteca ho da scegliere in una marea di libri anche in italiano, cosi´x i video, cosi´x qualsiasi informazione al telefono e..un´altro mondo..fatti na´vacanza eddai!
    Ho lavorato fino a 6 anni fa a Bari poesse che ci conosciamo. Abbracci e..a presto qua o altrove, buona vita
    http://www.nishanga.it

  3. Ciao,
    innanzitutto complimenti per lo stile, e l’eloquio, nonchè l’ironia che permea da quanto oggi leggo (per la prima volta) sul tuo blog!

    Volevo controbattere a questa tua frase:

    La mia è una scelta obbligata, perché sono un’umanista col pallino per la letteratura, e non potrei fare il mio lavoro in nessun’altra nazione.

    All’estero le letterature straniere sono apprezzate, non pensare di non poter lavorare sull’Italia abitando fuori, anzi.
    Conosco diverse mogli/compagne di figure tecniche che hanno migrato in Paesi europei o negli USA che cominciando dal fare piccole lezioni di lingua italiana sono riuscite poi ad applicare il loro titolo di studio in maniera più “propria”. Insegnamento, ricerca universitaria, gestione bibliotecaria o libraria.

    L’importante è avere un sogno, perseguirlo con forza e decisione senza lasciare che il mondo lo pieghi e approfittare della giovane età (sei dell’82 quindi supergiovane) e della mancanza di vincoli (mutuo, genitori malati et simili) per provare a muoversi, come più su nishanga consigliava di fare …

    • Ciao Koolinus! prima di tutto, Grazie 🙂
      Quanto a quello che mi dici, mi rendo conto che in effetti da questo mio post non si capiscono due cose:
      – sono laureata in filosofia e non in lettere, e questo mi preclude la possibilità di insegnare letteratura italiana all’estero. In effetti, causa Siss e similia, non sono nemmeno abilitata all’insegnamento;
      – di lavoro correggo bozze, ed è piuttosto difficile farlo in una lingua che non è la propria.

      A ciò aggiungi un’ingenuità tutta mia: scegliere un percorso universitario di filosofia teoretica, con preferenza per la filosofia francese, scoprendo poi che l’ambiente accademico francese è quasi impermeabile agli stranieri, mentre gli indirizzi che vanno per la maggiore in altre nazioni sono quelli di logica, filosofia della scienza, filosofia del linguaggio.

      Questo rende la mia fuga più difficoltosa 😀 però sono d’accordo con te, l’importante è avere un sogno, perseguirlo con forza e decisione!

  4. Il ostro e’ il paese di “BENGODI” per gli altri.
    Extracomunitari che spacciani, stuprano, ecc e nessuno fa niente per ripulire le stadeda questa gentaglia scappata dalle carceri dopo le rivoluzioni in Africa.
    Cinesi con le loro attivita’ illegali dove producono fuori da ogni regola. Fiscale , utilizzando prevalentemente manodopera cinese clandestina, trasferiscono moneta senza nessun controllo tramite i money trnsfer, Rumeni e Albanesi che stprano le ragazze, e assaltano le ville uccidendo gente che non puo difendersi , non puo sparare per paura di essere accusati di omicidio.

  5. Il Nostro e’ il paese di “BENGODI” per gli altri.
    Extracomunitari che spacciani, stuprano, ecc e nessuno fa niente per ripulire le stadeda questa gentaglia scappata dalle carceri dopo le rivoluzioni in Africa.
    Cinesi con le loro attivita’ illegali dove producono fuori da ogni regola. Fiscale , utilizzando prevalentemente manodopera cinese clandestina, trasferiscono moneta senza nessun controllo tramite i money trnsfer, Rumeni e Albanesi che stprano le ragazze, e assaltano le ville uccidendo gente che non puo difendersi , non puo sparare per paura di essere accusati

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