L’importanza del portapenne

Per essere sicura ho impostatato due sveglie, ma avevo gli occhi aperti da almeno mezz’ora quando hanno suonato.
Ho messo la moka sul fuoco, e mi sono goduta quella bolla di tempo sospeso che si crea quando si aspetta che esca il caffè e non si può far altro che stare vicino al fornello, per stare attenti che non si bruci. Solo dopo il caffè la giornata può davvero cominciare; docciarsi, truccarsi, vestirsi… tutto si fa più in fretta se il caffè è in circolo.
Esco, nelle orecchie la playlist delle belle giornate.
È lunedì, ma non è un lunedì come gli altri: da oggi, anch’io posso dire di avere un lavoro.

Non temete, non è un posto fisso! Non sarò costretta a cambiare nome a questo blog. Di certo sembrerà ironico che la mia posizione lavorativa si stabilizzi proprio all’indomani della manifestazione dei precari di sabato scorso; ma in effetti, a ben pensarci, non è che ci sia molto di stabile. La mia permanenza è assicurata solo di qui a sei mesi, quindi questo è più che altro l’ingresso nel precariato vero e proprio, rispetto al tempo in cui il mio più che un lavoro veniva considerato un hobby occasionalmente retribuito, almeno agli occhi dell’INPS.

Comunque, anche se non timbro un cartellino, ho un orario d’entrata e uno d’uscita, una sottospecie di inquadramento, una busta paga a cui corrisponde uno stipendio fisso ogni mese, una scrivania.
Soprattutto, ho un portapenne.
Il portapenne, specie nell’editoria, è un fatto importante. Implica che hai più o meno un posto tuo dove lavorare, non migrerai di tavolo in tavolo e di stanza in stanza elemosinando uno spazietto dove appoggiarti. Più del portapenne, c’è solo il cassetto personale con serratura. Nella casa editrice dove ho fatto il mio primo stage non avevo un portapenne; e infatti dividevo la scrivania con altre due persone e non avevo uno stipendio.
Stamattina invece, appena arrivata, la mia tutor mi ha assegnato una scrivania, ha chiesto che mi venisse sgomberata, e poi mi ha portato un portapenne. Giallo. Con due evidenziatori, penne di tre colori, graffette, matite, elastici e un pacchetto di post it nuovi, gialli pure loro.

Il mio portapenne giallo è più o meno come questo qui

Sono molto fiera del mio portapenne. E non vorrei affezionarmici troppo. In sei mesi le scrivanie possono arrivare ad ospitare tante cose: temperamatite, spillatrice, etichette adesive, perfino bigliettini e foto ricordo. Potrei essere colta dalla perversione di comprare un portapenne tutto mio, magari di quelli con la vaschetta a scomparti per tenere separate graffette grandi e graffette piccole, punes, chiodini e calamite. Quanto più ci si affeziona a una scrivania, tanto più sarà difficile svuotarla quando sarà il momento.
E il momento arriverà, lo so. Spero per avere un portapenne in un posto migliore.

Ma nel frattempo, per sicurezza, le mie penne continuo a portarmele da casa nell’astuccio.

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6 thoughts on “L’importanza del portapenne

  1. eheheheh… la stessa emozione del primo giorno di scuola… Stavo per farti una foto, ma so bene dove mi avresti mandata! 😉
    Col cuore gonfio di orgoglio,
    una tua lettrice affezionata

  2. Ammetto che ai post-it mi sono commossa…Avrebbe dovuto fartela, una foto, la mamma…l’avresti mandata a quel paese, forse, ma poi quella foto avrebbe fatto la tua storia…
    Ehi, anche io ho le penne sempre appresso nell’astuccio…non avevo mai colto la sfumatura freudiana del bagaglio a mano quotidiano!

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