Un giorno da In-dipendente: Arcade Fire all’I-Day 2010

ovvero: Una cosa divertente che non farò mai più #2

Avrete pensato che sono andata in vacanza, e invece no: sono precaria, e così le mie vacanze, in precario equilibrio tra una scadenza e una consegna, tra la fine di un lavoro e l’inizio di uno nuovo, alla disperata ricerca di un weekend libero. Dopo aver lavorato fino al 14 agosto come aiuto ufficio stampa per un festival piuttosto importante dalle mie parti (una delle esperienze più stressanti della mia vita, come avrò modo di raccontarvi), dopo aver cosegnato il 23 l’ultima bozza alla mia casa editrice, finalmente sono riuscita a ritagliarmi un paio di giorni d’aria. Ovviamente, con la scusa di una prestazione occasionale d’eccezione: andare a fotografare gli Arcade Fire all’I-Day Festival, a Bologna.

Isaac Brock, Modest Mouse

Non vi spiegherò chi sono gli Arcade Fire, se non li conoscete ascoltateli e basta. Quello che dovete sapere è che sono canadesi, e vengono in Italia molto di rado; l’ultima volta era stata tre anni fa a Ferrara, ed è da allora che mi stavo mangiando le mani per essermeli persi. Quest’anno ero decisa ad inseguirli anche in capo al mondo, e la data di Bologna, resa nota all’ultimo minuto, era l’occasione giusta. Ovviamente non potevano mancare le solite sfighe: l’offerta aerea che avevamo trovato sfumata in pochi minuti, costringendo me e Raffaele (fido compagno delle più assurde avventure) ad otto ore di estenuante viaggio in macchina, il b&b che per un “errore” ci annulla la prenotazione con conseguenti ricerche frenetiche dell’ultimo minuto, la conferma per l’accredito foto che naturalmente arriva, nonostante l’organizzazione davvero impeccabile, soltanto il giorno prima. Ma non avevo nessuna intenzione di farmi demoralizzare. Giovedì mattina, alle dieci, saltiamo in macchina e partiamo.

Alla faccia delle sfighe il viaggio va benissimo, il tempo è ottimo, il b&b è eccezionale, gestito da un simpatico fricchettone di non più di trent’anni che ci fa sentire subito come se fossimo a casa nostra (anzi se capitate a Bologna e cercate alloggio andate da lui). Unico rammarico, essere arrivata troppo tardi per vedere i Fanfarlo, che francamente mi sarei goduta volentieri al posto dei Modest Mouse, di cui, ve lo confesso in tutta onestà, non me ne fregava una cippa.

Arriviamo nell’area di Parco Nord che è ancora giorno ma c’è già un po’ di gente; altra ancora ne arriverà fino a sera, trattenuta lontano dal palco dai profumi tentatori di piadine e crescentine con la salsiccia, gentile omaggio della Festa dell’Unità (che, scopriamo, è l’equivalente bolognese della Fiera del Levante) i cuoi banchetti e stand bisogna attraversare per arrivare all’ingresso del Parco Nord. Radio Due, che trasmetterà la diretta del concerto, annuncia che ci saranno parecchi esponenti dell’indie italiano mescolati tra il pubblico; io avvisto Leziero Rescigno degli Amor Fou e l’ex bassista del Teatro degli Orrori Giulio Favero, che ho pure intervistato una volta un po’ di tempo fa, anche se non ho certo la presunzione che lui se ne ricordi.

Supero con nonchalance la minacciosa security a lato del palco sventolando con una certa sicumera braccialetto e pass stampa; sicumera subito smorzata dalla vista dei miei “colleghi”, indubbiamente tutti molto più professionisti di me con obiettivi da farmi mettere in ginocchio a piangere e chiedere pietà, alcuni addirittura con due macchine a tracolla e zaini trolley al seguito; tutto questo solo per fotografare durante i primi tre pezzi, che sono i pochi minuti concessi ai fotografi.

William Butler

Man mano che si avvicina l’ora d’inizio del concerto, l’aria sotto palco si fa elettrica. Da che eravamo tutti sparpagliati a pensare ai fatti nostri, ci ritroviamo più o meno volontariamente disposti in linea come un plotone d’esecuzione, gli obiettivi puntati come fucili. Si parla poco, scambio due chiacchiere solo con un paio di ragazzi che sembrano un tantino più amichevoli (forse per via dei numerosi cicchetti di cui hanno usufruito nell’ospitality – un’altra cosa che, apprendo con rammarico, mi sono persa per via del mio ritardo). Siamo in tutto una decina, non di più. Dieci fotografi per tutta l’Italia. Sono in uno stato d’animo tra lo spaventato, l’onorato e la pura ansia da prestazione. Capirò dopo che la professionalità si misura dall’ora di arrivo: infatti quelli che sembrano i più seri, i “vecchi” del mestiere, arrivano per ultimi, ma per una strana magia si accaparrano i posti migliori per scattare, alla faccia mia che sono entrata nella front stage area con “appena” mezz’ora di anticipo.

Poi si abbassano le luci, e we are Ready to start.

Régine Chassagne entra saltellando come un folletto seguita dagli altri membri della band,

Win Butler

il concerto comincia e tutte le gerarchie vanno a farsi benedire: a questo punto ognuno pensa solo a cercare di fare la foto migliore, districandosi tra cavi, uomini della sicurezza, braccia gambe teste e obiettivi altrui, l’adrenalina del concerto, i musicisti che si muovono e spostano in continuazione, le luci che non sono mai quelle che vorresti e le maledette aste dei microfoni che tagliano tutte le inquadrature migliori.

Dura tutto pochissimo (meno di 15 minuti, che è comunque più di quanto non venga concesso di solito), poi le lampadine della security sfarfallate in faccia ci avvisano che è il momento di mettere il tappo all’obiettivo e andare via.

Ci allontaniamo camminando all’indietro, alcuni cercando di rubare ancora l’ultimo scatto, tutti ipnotizzati dall’esplosione di energia, suoni e colore che gli Arcade Fire stanno dispiegando sotto i nostri occhi. Io raggiungerò Raffaele, e ci perderemo nella folla a cantare, saltare, gridare insieme alle altre 8.000 persone abbracciate in quell’anomala intimità tra estranei che solo certi concerti sanno creare.

Arcade Fire, mentre gridiamo con tutta la voce che abbiamo in gola le parole di Wake Up

Durerà ancora quasi due ore, ma non sembreranno mai abbastanza. E quando Win Butler saluterà promettendo di tornare, la band lascerà il palco e le luci si alzeranno, non saremo ancora stanchi di intonare il coro di Wake Up.

Potete vedere tutte le foto che ho scattato al concerto sul mio Flickr. Su youtube trovate poi un’infinità di filmati, ma se invece volete sentire l’audio come si deve, potete scaricare il live trasmesso da RadioDue a questo link. Un grazie di cuore a petlifesaver e alla sua squadra per averlo messo a disposizione.

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6 thoughts on “Un giorno da In-dipendente: Arcade Fire all’I-Day 2010

  1. Pingback: Tweets that mention Un giorno da In-dipendente: Arcade Fire all’I-Day 2010 « Prestazione occasionale -- Topsy.com

    • Non so se sei mai stata alla Fiera del Levante; ecco è proprio identica alla Festa dell’Unità di Bologna, con le giostre, i gelati, il panino con la salsiccia, le mostre, la musica, i prodotti tipici… solo connotati politici ovviamente meno presenti, o “meno connotati”. mancava solo la Galleria delle Nazioni! 😀
      io non ero mai stata ad una Festa dell’Unità “vera”, dalle mie parti al massimo si allestisce un palchetto con un paio di bancarelle di artigianato… ti confesso che sono rimasta davvero stupita!

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