Jonathan Coe e il Libro (im)Possibile – Parte II

Ci eravamo lasciati che ero nella sala stampa del Libro Possibile ad aspettare che Jonathan Coe terminasse di autografare fino all’ultima copia dell’ultimo fan.

Jonathan Coe @ Il Libro Possibile 2010 – (c) Il Libro Possibile

Quello che non vi ho detto è che dopo sono venute le foto con lo staff, e le interviste rubate con la scusa di farsi autografare un libro… e insomma ovviamente alla fine Jonathan era decisamente provato e la sua accompagnatrice già cominciava a dire “no, ok, adesso basta, dobbiamo andare”. Come ‘basta’?! Io ho un’intervista da fare! Ho delle domande, ho delle cose da dire a quest’uomo! Mi faccio strada tra la gente e sperando di non fare una gaffe clamorosa mi avvicino alla tipa: “Sonia?”.Miracolosamente, è proprio lei, la donna in odore di santità con cui ho parlato in macchina ormai qualche ora fa! Mi accoglie entusiasta, “Che bello, ce l’hai fatta!”, mi dice; poi, mentre con un braccio guida Jonathan e con l’altro scaccia la gente come mosche dallo zucchero “vieni con noi, ci spostiamo in un posto più tranquillo”.
All’uscita della sala stampa me lo presenta: “Jonathan, she’s Simona, she has made it!”, e lui sembra molto contento della cosa, mentre io fatico a  sembrare molto professionale e molto molto abituata a incontrare tutti i giorni gli scrittori che adoro. Finisce che io e Raffaele andremo con loro al ristorante, l’intervista la facciamo là, con calma. Per tutto il percorso io e Jonathan parliamo a lungo, di tante cose che però non vi dirò :). Vi dirò però che è stato proprio come con quegli “autori che vorresti fossero tuoi amici per la pelle” alla Giovane Holden, tutto incredibilmente semplice. A un certo punto mi chiede se ho notizie del suo amico Richard Sinclair, sa che vive in Valle d’Itria e appena arrivato in Puglia ha provato a chiamarlo ma lui non gli ha risposto; sto quasi per offrirmi di mandargli un messaggio, prima di rendermi conto che non ho il suo numero di telefono.
Arriviamo al ristorante (bellissimo, tra l’altro, con terrazza sul mare e tutto il resto); c’è pianobar, e la cosa lo infastidisce un po’, la musica che non gli piace lo deconcentra. Dopo una lunga fatica riusciamo finalmente a trovare un posto relativamente tranquillo, e così eccoci, finalmente lui è tutto mio.

Nelle prime pagine di Maxwell Sim, dici che le persone sono come automobili, e rifletti su quelli che chiami gli “avrebbe-potuto-essere”. Qual è l’“avrebbe-potuto-essere” che rimpiangi di più?
L’“avrebbe-potuto-essere” che rimpiango di più è che avrei potuto essere un musicista e non lo sono mai diventato. E questo perché la musica per me è sempre così… E questo perché la musica mi ha sempre emozionato di più rispetto alla letteratura, ed è ancora così. Ma quando ero un bambino, avevo otto o nove anni, scrivere mi riusciva molto facilmente, mentre imparare a suonare il piano, che era quello che cercavo di fare all’epoca, mi risultava estremamente difficile. Così ho dovuto accettare il fatto che ero nato per essere uno scrittore, e non un musicista. Ma è una cosa che ancora rimpiango.

Mi hai rubato la domanda, perché stavo per chiederti se hai mai provato a diventare un musicista o se hai mai scritto una canzone…
Ho scritto un sacco di canzoni! Quando avevo vent’anni, negli anni ’80, come molti miei coetanei ero in una band, e quando racconto questa cosa la gente dà per scontato che io scrivessi i testi; invece io scrivevo la musica, erano altri a scrivere i testi. E per descriverti com’era questa band: era più o meno come le altre band degli anni ’80, un po’ tipo Everything But the Girl, Prefab Sprout, qualcosa degli Smiths… erano queste le cose che cercavamo di imitare, ma non eravamo un granché.

Strano, pensavo ti piacesse il progressive…
Adoro il progressive ma, sai, in una band vige la democrazia, e proprio non riuscivo a convincere gli altri a suonare quelle partiture con tempi assurdi.

Ci hai provato, ma non volevano…
Sì, ci ho provato ma loro non volevano! Abbiamo un sacco di cassette di quella band, e nelle prime senti proprio che proviamo a suonare quegli strumentali sul genere dei Soft Machine o degli Hatfield and The North, e poi gradualmente diventiamo un gruppo sempre più pop. Ho dovuto accettare la decisione democratica del resto del gruppo.

Allora, la domanda da un milione di dollari: qual è la tua canzone preferita di sempre?
Questa è una domanda davvero difficile…

Lo so 🙂
Ok… stasera (perché, sai, cambia continuamente) direi There is a light that never goes out degli Smiths.

Bellissima! È la mia preferita degli Smiths…
Sì, ci sono un sacco di belle canzoni degli Smiths, ma quella è decisamente tra le prime tre.

Ogni scrittore ha le sue regole. Quali sono le tue?
Direi di non cercare di scrivere in maniera troppo sottile; di non temere, qualche volta, di essere semplici… Uno dei miei scrittori preferiti è Bill Wilder, perché quando ha cominciato a recitare le sceneggiature dei suoi film se le scriveva da solo; e una volta stava scrivendo una sceneggiatura con qualcuno, e l’altro scrittore gli fa: “Billy, questa sceneggiatura non è abbastanza arguta, che fine ha fatto l’arguzia?”, e Billy Wilder risponde “Puoi avere tutte le arguzie che vuoi, ma rendile semplici”. Ecco, questo è il mio consiglio per uno scrittore.

Oggi è il 49esimo anniversario dalla pubblicazione del Giovane Holden, e c’è quella famosa citazione sugli autori dei libri che vorresti fossero “tuoi amici per la pelle” per poterli chiamare al telefono quando ti va… C’è qualche autore che ti piacerebbe fosse un tuo amico per la pelle?
Dovrei andare indietro di circa trecento anni, al diciottesimo secolo, e farti il nome di Henry Fielding, lo scrittore di Tom Jones. In quel libro ci sono un calore e una generosità di spirito meravigliosi, e penso che Fielding stesso come uomo fosse così. Ciò che amo in quel libro è che puoi capire la personalità dell’autore da ciò che ha scritto, che non è una cosa che accade sempre.

Preferisci scrivere di giorno o di notte? E hai una “penna fortunata” o qualcosa di simile?
In genere non sono molto superstizioso nella vita, l’unica cosa che ho sulla mia scrivania e che qualche volta mi sembra mi porti fortuna è un piccolo modellino del ristorante girevole di Berlino, il Fernsehturm, che è poi il luogo in cui comincia La banda dei Brocchi e Circolo chiuso si conclude. Principalmente scrivo di giorno, ma in effetti preferisco scrivere di notte, se posso, perché, sai, è strano, ma qualche volta le cose migliori le scrivi quando sei un po’ stanco e non pensi in maniera del tutto sensata, e la parte razionale del tuo cervello è un po’ spenta e messa a tacere. Quindi penso che le due del mattino sia un ottimo momento per scrivere.

(c) 2010 Simona Ardito. All Rights Reserved.
Grazie di cuore a Sonia Folin e all’organizzazione del Libro Possibile.



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5 thoughts on “Jonathan Coe e il Libro (im)Possibile – Parte II

  1. Adesso posso dire.. che meraviglia quest’uomo ^^
    Rimpiango tanto di non essere stata lì, almeno a farmi fare un autografo!

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