Jonathan Coe e il Libro (im)Possibile – Parte I

ovvero: Una cosa divertente che non farò mai più #1

Le prestazioni occasionali hanno un vantaggio: occasionalmente danno delle belle soddisfazioni. Soddisfazioni talmente grandi che ti fanno dire chissenfrega-della-fatica-dello-stipendio-del-superlavoro-delle-corse-chissenefrega. Uno dei miei quattro lavori, per esempio, ha un potere: può farti incontrare la gente che hai sempre desiderato incontrare. È successo alla mia amica e collega Adele, adoratrice dei Monty Python da una vita, che ha potuto chiacchierare con Michael Palin; e ieri è successo anche a me, quando finalmente ho pututo chiedere a Jonathan Coe tutto quello che avevo da chiedere.

Il primo incontro con i libri di certi scrittori si ricorda come la prima volta che si è incontrato l’amore della vita. La prima volta che ho visto un libro di Jonathan Coe è stato in una libreria che non esiste più. A colpirmi furono la copertina e soprattutto il titolo: La Banda Dei Brocchi, come un album di un gruppo per cui eravamo particolarmente in fissa in quel periodo, gli Hatfield and the North.
Leggerlo fu una specie di folgorazione. Quest’uomo lo amo, mi dissi.
Immaginate il mio stato d’animo quando ho letto nel programma del Libro Possibile (il festival letterario che si tiene ogni estate nella terra dei miei avi, a Polignano a Mare) che venerdì 16 luglio arrivava proprio lui, Jonathan Coe.

Come sempre nella mia vita, niente è così facile. Anche quando l’organizzatrice, Rossella, è una delle persone più disponibili del mondo, e l’addetta stampa della Feltrinelli, Sonia, che accompagna Jonathan nel tour promozionale per il suo nuovo libro, è una candidata alla santità. Jonathan parlerà in via Mulini alle 21.30, e con Sonia stabiliamo di vederci per l’intervista un’oretta prima. Ho delle cose da finire in ufficio, e quando io e Raffaele ci mettiamo in macchina alla volta di Polignano sono le 19.45; e non saremmo ancora in ritardo, se non fosse che l’intera cittadinanza pugliese, oppressa dal caldo, ha pensato bene di spostarsi tutta sulla costa a sud di Bari. Le auto in tangenziale camminano a passo d’uomo, se scendessi dalla macchina e cominciassi a correre in direzione di Polignano arriverei prima. Sono ormai le 20.30, chiamo il mio caporedattore Dado per avvisarlo che non arriverò mai. Quindi gioco il jolly e chiamo Sonia disperata. “Sono imbottigliata nel traffico… potremmo spostare l’intervista a dopo l’intervento al Festival?”. La sua voce è un coro angelico: “Certo, glielo chiedo ma non credo ci siano problemi, nel caso ti avviso con un messaggino”.

È con quel “nel caso” nel cuore che continuiamo quindi il nostro viaggio della speranza tra paesi dell’entroterra che non avremmo mai pensato di visitare, con me che controllo cellulare e orologio ogni tre secondi e Raffaele che continua a ripetermi che andrà tutto bene. Quando arriviamo a Conversano e troviamo davanti a noi la processione di svariati santi patroni, siamo ormai sicuri di essere finiti per caso in un film di Fellini. Guardo dal finestrino sconsolata, un’insegna recita: “Dio è amore” (giuro che è tutto vero). Gli Hatfield dalla radio danno al tutto una colonna sonora surreale. Non ce la faremo mai, dico.

Facciamo inversione e ci addentriamo di nuovo nella campagna, non so per quale grazia del Signore riusciamo ad arrivare a Polignano. Sono le 22.10. Inutile dire che per trovare parcheggio ci mettiamo una vita, c’è la festa patronale anche a Polignano e il paese trabocca di gente. A questo punto spero solo che un fulmine divino abbia colpito la piazza e la manifestazione sia stata temporaneamente sospesa, o qualcosa di simile.
Mi fiondo in sala stampa per l’accredito. C’è un sacco di gente, hanno tutti un libro di Coe in mano, “L’hanno visto tutti tranne me!”, impreco esausta. “Ma tipo che sarebbe lui?” dice Raffaele serafico come sempre indicandomi, oltre il vetro, un omino che firma autografi seduto a un tavolo. Sì, cavolo è lui! Mi fiondo dentro, abbiamo gli accrediti. Con un crescendo d’ansia, aspetto. Questa è la parte più difficile, quella in cui devi combattere tra la buona educazione che ti hanno insegnato mamma e papà e gli altri giornalisti che ti camminerebbero sopra pur di fare l’intervista prima di te, meglio di te, preferibilmente al posto tuo. Per fortuna Jonathan mette subito in chiaro le cose: niente interviste finché non avrà finito di firmare gli autografi. La maggior parte della stampa attende ancora un po’, ma quando vede che la cosa va per le lunghe, desiste. In fondo, in piazza sta suonando Teresa De Sio.

Inutile dirvi che io lo aspetterei per anni. L’ho già fatto, in effetti.

(fine prima parte – more to come soon)

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