Il Maggio Francese

41 anni fa, quattrocento studenti occupavano la Sorbona dando inizio al Maggio Francese.

Pensare a questa ricorrenza mi ricorda due eventi.

1)
Anno 2009.

Sono a Reggio Emilia per un convegno che riunisce tutti i dottorandi di filosofia di tutta Italia. Una specie di gita premio, in cui, facendo bersagliare pubbilcamente il tuo lavoro dai più importanti professori italiani, in cambio ti fanno mangiare bene e dormire in un bell’albergo.
Siamo a cena appunto con uno di questi professoroni, che ci ha incredibilmente degnati di sedersi al tavolo del nostro gruppo (evidentemente noi baresi siamo riusciti ad inserirci nei “giri giusti”). Ci chiede di noi, delle nostre università, di come vanno le cose. essendo tutti iscritti al secondo anno, abbiamo già perso gran parte delle illusioni e siamo scoraggiati e perplessi dal funzionamento del sistema universitario, anche se segretamente nutriamo ancora qualche ambizione (smetteremo di farlo al terzo anno). E le sue parole testuali sono:

Voi qui siete l’eccellenza della giovane filosofia italiana. Teoricamente, il dottorato dovrebbe essere il primo gradino verso luminose carriere accademiche. In realtà, sì e no un terzo di quelli che sono qui avranno accesso, un domani, alle docenze. E questa è colpa nostra. Non ce ne rendevamo conto, ma col Sessantotto, la liberalizzazione delle università, l’accesso libero a tutti… ci sembrava giusto allora, ma abbiamo sbagliato tutto.

E mentre lo ascoltiamo in silenzio e in silenzio i nostri cuori si spezzano, io penso solo: grazie, professore. Bel conforto del cazzo.

2)
Anno 2006.

Da un paio di mesi faccio uno stage presso una casa editrice di discrete dimensioni; il che vuol dire che faccio orario d’ufficio, mi prendo responsabilità, e non becco una lira. Però imparo a fare un lavoro che, anche se non lo so, più in là sarà la mia àncora di salvezza, quindi va bene.
L’editore, storico uomo della sinistra locale, è proprio come uno si aspetta che un editore sia: sigaro in bocca, capelli scarmigliati, ufficio buio e pieno di libri. Ne ho un po’ paura, ed è quindi con timore reverenziale che busso alla sua porta per chiedergli una settimana di ferie (che, ricordiamolo, mi spettano più che di diritto, visto che non sono nemmeno pagata). Ma ho vinto dei soldi ad un concorso letterario, ho un amico che mi ospita a Parigi, e ho bisogno di una vacanza.

“Dottore, le volevo chiedere… siccome, ecco, ho avuto un’occasione inaspettata… e i lavori che stavo seguendo sono praticamente terminati… ecco, le volevo chiedere se potevo prendermi di ferie l’ultima settimana di maggio…”
“Parti? Dove vai?”
“Ecco io… ho un amico che mi ospita, e quindi andrei a Parigi…”
La risposta testuale è:

Ma certo, vai pure! Maggio è il mese ideale per visitare Parigi… il famoso “Maggio francese”…

E mentre lo ascolto in silenzio e in silenzio il mio cuore gioisce, io penso solo: grazie, dottore. Bella cultura del cazzo.

Per inciso, piovve per tutta la settimana che stemmo lì. Alla faccia del Maggio francese.

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2 thoughts on “Il Maggio Francese

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